Alex Britti dalla parte dei talent show

di Elena Botta Commenta

Su Vanity Fair di questa settimana c'è un'intervista di Alex Britti che si è prestato a rispondere alle domande dei lettori

Su Vanity Fair di questa settimana c’è un’intervista di Alex Britti che si è prestato a rispondere alle domande dei lettori e in particolar modo è emersa la sua opinione riguardo ai talent show di questi ultimi dieci anni.


Sono molte le persone che li criticano, dice il chitarrista, però sono un ottimo trampolino di lancio per le persone di talento e l’unico spazio dedicato alla musica che si vede in televisione negli ultimi anni.

La gavetta, dice, è come frequentare le scuole dell’obbligo, dove ogni musicista impara l’arte e la mette in pratica, ma è anche verò che i talent show sono un’ottima vetrina per potersi far pubblicità.
Soprattutto perchè non vuol dire che un corrente di un reality non abbia alle spalle una gavetta e una serie di porte sbattute in faccia e quindi è una buona possibilità per riuscire ad emergere.

Alla domanda del come mai in Italia non esistano chitarristi ai livelli di Eric Clapton, Britti risponde di non essere d’accordo in quanto ci sono musicisti straordinari come Pino Daniele o Ivan Graziani, ma è ovvio che il bacino di utenza non è come quello inglese per il fatto che cantare in inglese vuol dire avere anche un pubblico molto più vasto che comprende la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Australia e quindi risulta più facile raggiungere una popolarità mondiale, mentre noi italiani difficilmente riusciamo a varcare i confini nazionali.

Schierandosi poi dalla parte di X Factor, dice che dovrebbe durare altri cinquantanni, visto che programmi di musica italinai non ce ne sono.
Contento lui…

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